San Valentino, tutte le frasi dell’amore

È possibile descrivere l’amore? Tutti i più grandi poeti e pensatori della Storia, almeno una volta nella vita, si sono ritrovati di fronte a questa domanda irrisolvibile, capace di smuovere l’animo, imbrigliare il cuore e spiazzare i pensieri.

Da Aristotele a Balzac, da William Shakespeare a Proust, da De Saint-Exupéry a Wolfgang Goethe, tutti hanno tentato di affidare a parole e frasi l’improvvido compito di esprimere il sentimento più grande e misterioso della vita. Cosa esiste di più romantico di una bella lucidatura marmo Roma e Lazio? Quale migliore fonte d’ispirazione, per esprimere al vostro lui o alla vostra lei quello che provate, della festa per eccellenza dedicata all’amore: San Valentino.

Un regalo importante da fare al proprio innamorato, un dono prezioso che si aggiunge alle idee per festeggiare al meglio la festa degli innamorati. Ecco qui di seguito alcune delle più belle frasi d’amore che, nel corso dei secoli, hanno tentato di realizzare l’impossibile: dare voce al proprio cuore.

  • L’amore è composto da un’unica anima che abita due corpi. (Aristotele)
  • L’amore ristora come il calore del sole dopo la pioggia. (William Shakespeare)
  • L’amore è la poesia dei sensi. (Honorè de Balzac)
  • Quando resistiamo alle passioni, è più per la loro debolezza che per la nostra forza. (La Rochefoucauld)
  • Che l’amore è tutto, è tutto ciò che sappiamo dell’amore. (Emily Dickinson)
  • L’amore è lo spazio e il tempo resi sensibili al cuore. (M.Proust)
  • L’amore è il compenso dell’amore. (John Dryden)
  • Amore non è guardarci l’un l’altro, ma guardare insieme nella stessa direzione. (Antoine de Saint Exupéry)
  • E’ meglio aver amato e perduto che non aver mai amato. (Butler)
  • Amare qualcuno significa vedere un miracolo invisibile agli altri. (Francois Mauriac)
  • L’amore è la saggezza dello sciocco e la follia del saggio. (Samuel Johnson)
  • C’è un’unica felicità nella vita: amare ed essere amati. (George Sand)
  • L’amore immaturo dice: – Ti amo perché ho bisogno di te – L’amore maturo dice: – Ho bisogno di te, perché ti amo – (Frost)
  • Amare è mettere la nostra felicità nella felicità di un altro. (G.W. von Leibnitz)
  • Amore è amare non essere amati. (Gibran)
  • L’assenza diminuisce le passioni mediocri e aumenta le grandi, come il vento spegne Ie candele e alimenta l’incendio. (François de La Rochefoncauld)
  • Uno spettacolo per gli dei la vita di due innamorati. (Wolfgang Goethe)

Parole, parole, parole… Ma forse, in definitiva, la ricetta poetica perfetta non esiste, forse ha davvero ragione Bernhardi secondo il quale “Chiunque voglia imparare l’amore, resta sempre uno scolaro”.

Amedeo Modigliani. L’angelo dal volto severo

All’interno della spettacolare scenografia del palazzo Reale di Milano, in quegli spazi intaccati dal fuoco bellico del 1943, si può godere della personale di Amedeo Clemente Modigliani. Mostra elegantissima e ricca di opere, tra le superstiti alla furia devastatrice, che sfocia in veri e propri raptus, dove l’artista distrugge dipinti e getta nei fossi le sculture. Episodi che passeranno anche alla storia come la leggendaria beffa di Livorno. In questa sede si potrà capire come il linguaggio di Modì sia, non solo personalissimo, ma molto erudito, ricco di spunti e influenze del passato interculturale e anche italianissimo.

Il 24 gennaio 1920 Modigliani si spegne. In questi casi si rende necessario l’intervento di un’agenzia di pompe funebri a Roma, così come a Parigi, città in cui questa figura termina la sua vita.

Nella notte del 25 gennaio Janne Hebuterne, compagna dell’artista, si getta da una finestra del quinto piano e muore incinta del suo secondo figlio. Nasce la leggenda: Modigliani è l’artista maledetto del XX secolo.

La vita di Amedeo Modigliani

La sua vita è molto diversa da quella dei suoi contemporanei. Cagionevole di salute fin da bambino, accusa una deficienza polmonare notevole che nel 1901, all’età di diciassette anni, lo porterà a contrarre la tubercolosi. In precedenza era stato affetto da diverse pleuriti. Il fisico debilitato non gli consente di frequentare le lezioni nelle aule scolastiche. La sua educazione si forma quindi grazie agli insegnamenti di una famiglia decisamente colta, di fede ebraica e di tenore non troppo elevato. Passa le giornate immerso nei libri, assiste e partecipa ai discorsi degli adulti, si avvicina alla poesia e soprattutto a Dante. Intrattiene lunghe conversazioni con il nonno Isaac Gasin, uomo di intelligenza e morale superiori e di rigidi principi, che vanta addirittura, tra i suoi antenati, Spinoza e ha una spiccata tendenza alla speculazione filosofica.

Durante il delirio di una febbre tifoidea esprime il desiderio di intraprendere la carriera artistica, e di evitare il liceo. La madre Eugenia decide di accontentarlo affidando la sua formazione al maestro Guglielmo Micheli, allievo di Fattori. Nell’atelier dell’artista trova un amico: Oscar Ghiglia, scopre la bohème, il tabacco e le donne.

Dell’infanzia non si conserva quasi nulla, ad eccezione di una breve conversazione epistolare con l’amico Ghiglia:“noi artisti abbiamo dei diritti diversi dagli altri… non dobbiamo consumarci nel sacrificio, il dovere reale è di salvare il sogno.. abituati a mettere i tuoi sogni estetici al di sopra dei doveri degli uomini”.

Le lettere sono redatte durante un viaggio di convalescenza intrapreso con la madre verso il sud Italia. Inutile dire l’importanza delle scoperte qui fatte e che avranno numerosissime ripercussioni nella scultura, nei volti greco-arcaici o negli influssi etruschi. Da Livorno all’Italia del Sud, a Firenze, Venezia e finalmente a Parigi.

Dal 1909 in poi…

Nell’arco di qualche anno 1909-14 si sviluppa e si compie l’avventura dell’artista scultore. La sua precoce passione nasce in seguito a un viaggio a Pietrasanta, patria dei marmi michelangioleschi. Solo l’incompatibilità del mestiere, sempre a contatto con le polveri sottili ne interromperà precocemente il cammino.

Il secondo motivo che lo costringe al forzato abbandono sarà per assecondare le esigenze del suo secondo giovane mercante: Paul Guillaume, il quale vede la pittura molto più vendibile e anche più facile da gestire. La rinuncia comprende il suo progetto più ambizioso: l’edificazione di un tempio dedicato alla Voluttà. Non smetterà mai di disegnare e dipingere, ma proprio nella scultura ripone le speranze di sfondare nel mercato parigno. Fondamentali per la sua evoluzione artistica saranno: la sezione egizia al Louvre, la mostra temporanea di arte etnografica al Trocadero e la conoscenza con Costantin Brancusi. Quest’ultimo gli insegnerà il procedimento di lavorazione a “levare”. Attraverso l’esperienza della scultura maturerà un’originale concezione del proprio repertorio stilistico fatto di arcaismo, ieraticità, raffinatezza, eleganza e purezza formale.

Molti dipinti e disegni di questo periodo sono proprio una sorta di scultura in economia. La situazione di indigenza permanente non consente all’artista di comprare i blocchi di materiale e quindi cerca di “arrangiarsi”. Famosi episodi sfociamo nella leggenda. Si racconta di come numerosi artisti, tra cui Modigliani stesso, fossero soliti sottrarre la preziosissima pietra, di notte, nei cantieri della nascente metropolitana. Uno di questi episodi vuole che, una notte, Modì si fosse cimentato in una scultura in loco ma, il mattino seguente, questa fosse scomparsa impietosamente tra le fondazioni di una galleria.

Una summa delle ricerche fino ad allora condotte si ritrova nella testa di donna conservata al museo di arte moderna di Parigi. La scultura fu subito acquistata da Guillaume. Alta 58 cm. presenta evidenti analogie con quelle dipinte negli stessi anni: il collo fragile, il volto dall’ovale marcato, i grandi occhi a mandorla a fior di pelle, la fronte bassa e rotonda incorniciata dai capelli, la caratteristica spinta verticale della gola, delle gote, del naso, delle orecchie. In altre parole si riconosce lo stesso canone, che ci ricorda come il toscano fosse conterraneo dei senesi trecenteschi, di Botticelli, Bronzino, Primaticcio e,ancora più sorprendentemente vicino al Parmigianino, un esempio tra tutti la Madonna dal collo lungo di quest’ultimo.

Modì elabora una creatura superiore, che emana il suo essere divino. Se in certi quadri l’allungamento può sembrare solo eleganza e ricercatezza, qui la verticalità inevitabile rinuncia a qualsiasi preziosismo per trasformasi in segno e potenza di vita vera, fortemente spirituale. Alla spiritualizzazione della materia contribuisce anche l’abbassamento delle palpebre, che rende il personaggio prigioniero del proprio segreto e, il contrasto, decisamente insolito tra i lineamenti essenziali e la bocca decisamente sensuale. Il contrasto fa pensare a nuove fonti: il nostro medioevo, la Cina, Cambogia, India e Asia centrale.

La morte e la rivalutazione postuma

La storiografia di Modigliani è punteggiata di sorprendenti scoperte. Morto in assoluta povertà e acquisito un successo indiscusso solo recentemente, capita che, molti documenti ricompaiano quasi miracolosamente grazie alla tenacia degli studiosi. Un lavoro esemplare è stato quello di Nòel Alexandre figlio del primo mecenate dell’artista: Paul Alexander. Ora una nuova scoperta: la collezione personale della coppia , conservata da Jeanne Hebuterne quand’era ancora in vita e passata a suo fratello Andrè Hebuterne.

Si sono conosciuti all’accademia Colarossi, Jeanne ha solo 19 anni e Modigliani ben 15 in più la relazione fra i due artisti è facilmente immaginabile. Come Modì ha amato e sostenuto Soutine, farà altrettanto per Jeanne. L’emozione, la finezza, il talento che si sprigionano dalle sue opere sono eccezionali. L’arte di Jeanne è in totale fusione con quella del compagno, pur essendo totalmente opposta da punto di vista filosofico e tecnico. Se l’arte di Amedeo non riflette mai su una realtà concreta e si situa fuori dal tempo, quella di Jeanne presenta, al contrario ,una realtà quotidiana: gli interni della loro vita domestica, le vedute dello studio, gli oggetti posti sul tavolo. Ciò che viene oggi presentato non è che una parte dell’opera di Jeanne, uno studio esaustivo e un’analisi più approfondita porteranno a una pubblicazione più completa. Il pubblico italiano, grazie a queste sezione e alle numerose opere inedite della coppia qui presentate per la prima volta potrà avere una visione allargata degli ultimi tre anni di vita del nostro Modì.

1906-20 si svolge in questo breve lasso di tempo la carriera artistica della meteora, soprannome coniato da Guillaume. Nell’arco di 14 anni Modì realizza quasi 400 dipinti, innumerevoli disegni e una ventina di sculture, di cui soltanto tre giungono allo stato definitivo della patina.
I due eventi più importanti dell’artista saranno promossi dal terzo mecenate Zborowsky, subentrato a Gullaime. Nel 1917 la prima grande mostra personale nella galleria di Beatrice Weill e nel 1919 alla Hill gallery di Londra, esporrà dieci tele.

Ancora aneddoti delineano la vita personale. Questa volta il protagonista è Costant Lepoutre conciaio e fornitore di materiali per artisti. Era rimasto affascinato dalle opere di Modigliani, visionate alla mostra innaugurale dell’associazione Lyre et Palette, organizzata nel ’16 da Kisling e Otis de Zarate nello studio del pittore Emile Lejeune. Colpito dal talento dell’artista e sapendo delle sue difficoltà finanziarie, decide di aiutarlo. Qualche settimana dopo Modì si estasiava “mi fornisce i materiali e anche i modelli. Mi dà ogni volta 20 franchi, e sul tavolo c’è sempre un quartino di rum. Lepoutre è un gentleman”.

Il pittore chiese al conciaio di posare per lui, un modo per ringraziarlo del prestito dei 60 franchi, ma il ritratto non fu apprezzato dalla famiglia, in particolare perché l’aveva ripreso con il berretto e la giacca da lavoro, definendone quindi l’occupazione, l’opera finì nelle mani di Zboroswky che riuscì stranamente a venderla subito per 100 franchi.

Louris Laurette riporta i dubbi che il giovane Modì, appena giunto in Francia manifestava:”E’ il mio maledetto occhio di italiano che non riesce ad abituarsi alla luce di Parigi… Una luce così avvolgente.. riuscirò mai a coglierla? Non puoi immaginare i nuovi temi che ho in mente, in viola, in arancio, ocra scuro.. forza lascia perdere queste fesserie… Non ci siamo! Questa roba sembra Picasso, ma venuto male.. Picasso prenderebbe a calci quest’orrore!”. Dubbi e perplessità lacereranno l’anima di Modigliani, distrutto dall’insoddisfazione di non vedere mai la fama mentre la maggior parte dei suoi compagni riescono nell’impresa.

“aveva la testa di Antinoo e gli occhi dalle scintille d’oro, non assomigliava assolutamente a nessuno al mondo. La sua voce mi è rimasta sempre nella memoria. Lo sapevo povero e non si capiva di che vivesse: come artista nemmeno l’ombra di un riconoscimento”. Con queste parole lo ricorda la poetessa russa Anna Achmatova, che lo conobbe nel 1910, durante il proprio viaggio di nozze a Parigi, e che il pittore ritrasse più volte. Debole di costituzione e dandy per vocazione Amedeo Modigliani incarna perfettamente, con la sua vita bohémienne, la figura dell’artista maledetto, anticonformista e antiborghese.

I vari ricordi contribuiscono a delineare un artista in bilico tra genio e sregolatezza, del tutto ignorato e incompreso. A parte alcuni nudi il genere dominante è quello del ritratto, colto frontalmente, in un’attitudine quasi sacrale, da icona bizantina o da Maestà trecentesca. In seguito alla splendida enigmatica parentesi scultorea, il suo lavoro di pittore si affida sempre di più alla sottrazione e alla sintesi. Liberato da ogni funzione accessoria o descrittiva, il colore assume, soprattutto a partire dal 1914, un ruolo puramente costruttivo e strutturale, e l’immagine si basa in modo sempre più esclusivo sull’accordo calibrato delle aree cromatiche. Ecco allora che il pittore maledetto, vittima dei suoi eccessi, si rivela un appassionato e instancabile ricercatore, un uomo estremamente colto, esperto di letteratura e filosofia, nutrito di vastissime letture e feconde frequentazioni artistiche e culturali. La mostra costituisce dunque l’occasione ideale per rivisitare nel modo giusto l’opera di un protagonista dell’arte moderna, tanto leggendario quanto, in fondo, molto poco conosciuto.

la cavalcata sarda

La Cavalcata Sarda e le sue origini

Difficile dar conto esattamente della dimensione della Cavalcata Sarda di Sassari, che si svolge ogni anno nell’ultima domenica di maggio. In Sardegna le manifestazioni folkloristiche sono fortunatamente numerose. Il popolo sardo non ci sta a disperdere il proprio retaggio culturale nella modernità, che pure si affaccia tra le spiagge della costa, pertanto non perde occasione di presentarsi al mondo nella sua vera essenza, un po’ distante dal cliché imposto dal turista continentale, spesso danaroso e oltremodo esigente. A differenza però della altre grandi manifestazioni folk, come la Festa del Redentore di Nuoro e la ben più famosa Sagra di Sant’Efisio a Cagliari, la Cavalcata Sarda è una festa “civile”.

Non che il sacro guasti, ma sicuramente il tema principale della festa è la “bellezza della tradizione”, che non si sposa debitamente con il “mistero del sacro”, tipico di molti appuntamenti dell’Italia meridionale o dell’isola. Pertanto non troverete processioni, silenzi, canti religiosi, preghiere di ringraziamento e osanna. Alla Cavalcata, come minimo, si balla!

Al di là di quello che si può trovare in rete su questo tema, con una delle tante agenzie SEO che lavorano ottimamente per promuovere queste tradizioni, viverle dal vivo è tutta un’altra cosa. La Cavalcata ha una lunga e travagliata storia alle spalle, affondando le radici addirittura nel 1711 quando il Re di Spagna Filippo V, nipote di Luigi XV Re di Francia, giunse in visita nell’isola. I maggiorenti della città di Sassari non persero l’occasione di mostrare al regnante tutta la bellezza e il fascino della cultura sarda, sebbene messa in profonda difficoltà dalla dominazione.

La Cavalcata e il saluto alle personalità politiche

L’idea di rinnovare il saluto alle personalità politiche fu ripetuto col rivoluzionario sardo Giovanni Maria Angioy e infine prese piede a partire dalla visita di Vittorio Emanuele III, nel 1929. Per ovvi motivi l’invito a partecipare e salutare il Re con una gioiosa cavalcata raggiunse solo alcuni paesi delle attuali province di Sassari e Nuoro. Ma nel secondo dopoguerra l’iniziativa prese definitivamente piede con un appuntamento annuale, che divenne il principale motore turistico della città. Ad oggi le edizioni sono dunque sessanta e tutte all’insegna del rinnovamento.

La festa propriamente detta è una grande parata in costume e a cavallo, che vede coinvolti tutti i gruppi folk più importanti della Sardegna. La tradizione della musica e del canto folk è estremamente radicata nell’isola, che può vantare diverse sfumature della settima arte con declinazioni nella poesia e nel mito: c’è il rinomato “canto a tenore”, tutelato dall’Unesco, l’improvvisazione poetica, sempre messa in musica, la poesia vera e propria, il canto a chitarra e il cosiddetto “ballu tundu”, cioè il ballo di gruppo ballato in cerchio da uomini e donne abbracciati. La sfilata si snoda lungo le vie cittadine, tra i palazzi e gli hotel di Sassari, le piazze e le vie vecchie del centro storico, contornate di bancarelle, fiori e dolci della produzione locale sarda.

La Casa del Petrarca: dimora nei Colli Euganei del famoso poeta Francesco Petrarca

La casa del famoso poeta Francesco Petrarca, dimora immersa nel verde ai piedi dei Colli Euganei, nel borgo di Arquà Petrarca.

La struttura originaria era del duecento e fu lo stesso Francesco Petrarca, a partire dal 1369 quando gli fu donata dal Signore di Padova Francesco il Vecchio da Carrara, a presiedere i lavori di restauro. La casa, composta di due corpi con un dislivello l’uno dall’altro di tre metri e mezzo, fu modificata dal Poeta che aprì sulla facciata alcune finestre e ne fece un unico alloggio con due unità abitative riservando come abitazione per sé e per la propria famiglia il piano sopraelevato dell’edificio sito sul versante di sinistra, mentre riservò alla servitù e ai servizi l’edificio di destra, sito in alto, dove si trovava anche l’ingresso principale Nel cinquecento ne divenne proprietario il nobile padovano Pietro Paolo Valdezocco; è’ in questo periodo che vengono costruite la loggetta di stile rinascimentale e la scala esterna ed è soprattutto allora che vengono fate dipingere le pareti con tempere rappresentati scene ispirate al Canzoniere, ai Trionfi e all’Africa, tutte opere del Poeta. Seguirono poi anni di degrado, anche se la casa continuava ad essere meta di personaggi famosi quali l’Alfieri ed il Foscolo.

L’ultimo proprietario, il cardinale Pietro Silvestri, la donò, nel 1875, al Comune di Padova. Attualmente sono ancora conservati, lo studiolo in cui morì il poeta, con sedia e libreria (pare) originarie. Da ricordare, inoltre, la nicchia in cui è custodita la mummia della gatta che si dice fosse appartenuta al Poeta. Benché la casa abbia subito talvolta notevoli modifiche, la sua attuale sistemazione risale ai restauri avvenuti tra il 1919 e il 1923 quando il Comune di Padova, in accordo con la Soprintendenza ai Monumenti, fece ripristinare tra gli aspetti più importanti l’accesso originario e ricostruire le finestre gotiche. Anche se l’aspetto urbano attorno alla casa si è modificato nei secoli, ciò che rimane immutato è il potere evocativo che la casa suscita in sé, complice il paesaggio che gli si distende davanti e che è più o meno lo stesso ammirato dal Poeta.

Sono presenti numerosi alloggi nei Colli Euganei, tra bed and breakfast e numerosi hotel, per poter visitare la Casa del Petrarca e il borgo di Arquà Petrarca, ai piedi dei Colli Euganei

L’intelligenza artificiale secondo Gulliver o il “disegno intelligente”

Si potrebbe provare a negare che ogni singolo argomento scientifico sia stato già trattato dalla letteratura universale, in forma, si potrebbe dire oggi, “fantascientifica”, ma è vero il contrario.

Nei “Viaggi di Gulliver”, l’immortale opera Jonathan Swift, non troviamo solo avventure e peripezie del protagonista Gulliver, ma anche penetranti ipotesi di carattere scientifico.
Si potrebbe provare a negare che ogni singolo argomento scientifico sia stato già trattato dalla letteratura universale, in forma, si potrebbe dire oggi, “fantascientifica”, ma è vero il contrario: Una delle opere più fantasiose della letteratura occidentale, la satira scritta nel 1726 dall’irlandese Jonathan Swift e intitolata “The Gulliver’s Travels”, contiene alcune originali ipotesi scientifiche, che anticipano di qualche secolo la scienza di oggi.

I viaggi di Gulliver sono un’opera classica, divisa in quattro parti corrispondenti ad altrettanti viaggi, in cui il protagonista, il chirurgo Lemuel Gulliver, imbarcatosi su una nave che solca gli oceani, compie inverosimili esperienze presso paesi e popoli che rappresentano, in modo ingegnosamente caricaturale, la cultura occidentale.
Ma, d’improvviso, il romanzo satirico si distacca dal suo tono corrosivo e ironico e propone un vera e propria anticipazione fantascientifica dell’ “intelligenza artificiale”, in uno dei quattro viaggi di Gulliver.
Il protagonista conosce, infatti, l’accademia di Lagado, un’istituzione molto speciale in cui incontra scienziati impegnati ad inseguire eccentricità come l’estrazione di raggi di sole dai cetrioli, la conversione di escrementi umani in cibo genuino o la costruzione di nuove case partendo dal tetto.

Il più interessante racconto dell’alter-ego di Jonathan Swift, e che colpisce immediatamente l’immaginazione, è l’”intelligenza artificiale”, che Gulliver incontra quando scopre nell’accademia di Lagado una tavola “che occupa la maggior parte della lunghezza e della larghezza di una stanza”.
Si tratta di una strana invenzione, realizzata con diversi pezzi di legno legati insieme da un filo sottile e poi ricoperti di carta, con su scritte tutte le parole esistenti, ma senza ordine alfabetico.
Alcune leve di ferro pongono in funzione la macchina e questa inizia a spostare le parole, a farle cambiare di posizione, ricombinandole tra loro in modi casuali.

In tal modo, compaiono alcune frasi significative, che sono diligentemente ricopiate da alcuni calligrafi e scriba presenti, finché non viene composto un vero e proprio libro. A Gulliver sono mostrati dagli accademici di Lagado “diversi grandi volumi in folio” assemblati in questo modo per “offrire al mondo un’opera completa di tutte le scienze e le arti”. È “un progetto per far avanzare le conoscenze speculative attraverso operazioni pratiche e meccaniche”.

Jonathan Swift sembra, con questo breve bozzetto letterario, aver anticipato il concetto di intelligenza artificiale come selezione e memorizzazione di combinazioni dotate di senso, teoricamente possibili anche se del tutto infrequenti all’interno una base di dati casuali, e prodotte in arco di tempo infinito; laddove la selezione avverrebbe per mezzo di un algoritmo in grado di sondare per un tempo infinito una base di dati casuali altrettanto infinita.

Si può allora, da questo punto di vista, identificare la macchina ideata da Jonathan Swift con l’idea centrale del teorema esposto dal matematico Émile Borel nel 1913 e a noi noto come “teorema della scimmia instancabile”. Il suddetto teorema suggerisce che una scimmia, che prema a caso i tasti di una tastiera per un tempo infinitamente lungo, quasi certamente riuscirà a comporre qualsiasi testo prefissato, come i volumi della Biblioteca Nazionale di Francia, le opere di William Shakespeare o la Divina Commedia.
In realtà, il teorema e la storia di Swift sono chiaramente un’idealizzazione, non solo del tutto astratta, ma anche concretamente irrealizzabile.

Tuttavia, l’ipotesi letteraria e la teoria matematica mostrano come l’intelligenza “umana” sia già qualcosa di altamente improbabile, dal punto di vista del puro caso di tipo naturale, dato che sarebbe sempre da considerare un’impresa straordinariamente improbabile affidare a meccanismi naturali come una scimmia priva di intelligenza o al telaio-scrittore di volumi scientifici di Lagado il compito di selezionare frasi dotate di senso compiuto.

Quello che si può dedurre dall’inverosimile improbabilità dell’intelligenza “umana” è che la stessa “intelligenza artificiale”, ad immagine di quella degli uomini, richieda “una potenza di calcolo aumentata”, al punto di essere in grado di “contrarre a dimensioni finite” con la sua potenza il tempo “forse” infinito necessario per identificare, leggere, selezionare e memorizzare frasi di senso compiuto all’interno di una “tabella” essa stessa “forse” infinita di dati casuali.
Ma qualcosa, nella enigmatica finitezza della natura umana e dei nostri computer attuali, lascia supporre che l’intelligenza umana e quella artificiale non abbiano quella potenza di calcolo inimmaginabile, richiesta dall’identificazione di regolarità dotate di senso.

Forse il paradosso di Émile Borel e gli accademici di Jonathan Swift suggeriscono la presenza di un “disegno intelligente” nella natura usualmente compresa dalle intelligenze umane e non, anziché il “mero caso”?

Fonte El Pais, ediz. Elettronica www.elpais.com 20.3.2019
(Notizia tradotta dallo spagnolo, dallo studio SMAF & Associati: www.smaf-legal.com, Avv. Francesco Misuraca, tel.02.00615017)